Non sono corleonese, sono per metà fiorentino e per l’altra metà lucchese, ma a Corleone vado ogni estate a trascorrere parte delle mie vacanze in una vecchia casa in collina, eredità della bisnonna che corleonese, lei sì, lo era e ne andava orgogliosa. Era nata a Corleone nel 1902 da una famiglia palermitana che da qualche secolo aveva intrecciato la sua storia con quella della cittadina dell’Alto Belìce. In casa sua una generazione nasceva a Palermo e l’altra a Corleone. Da piccolo ero affascinato dai suoi racconti e da quelli dei vecchi zii o dei cugini più grandi che parlavano di una Corleone diversa da quella dell’immaginario collettivo, ovvero la patria della mafia per eccellenza, la progenitrice di alcuni dei peggiori criminali della storia: Riina, Provenzano, Bagarella, Navarra, Liggio. Della mafia, in quei salotti all’aperto delle case di campagna, dove ogni estate i parenti si riunivano, si parlava per metafore, ma se ne parlava. Gli anziani ricordavano lo zio fatto uccidere da Michele Navarra nel ’45 per aver partecipato alla retata del prefetto Mori del 1926 e il marito di una zia, PM in uno dei processi dove Liggio era l’imputato, ucciso nel ’78 sotto casa non si sapeva bene da chi.

Quando dico che vado a trascorrere parte della mia estate in una villetta vicino a Corleone i miei amici si stupiscono. Appena sentono quel nome, “Corleone”, pensano subito a un paesino sperduto chissà dove (si sa solo che è in Sicilia), fuori dalla civiltà, dove tutti sono mafiosi. Corleone, per il resto del mondo, è questo. Per me, invece, no. Quando tento di spiegare che la cittadina del Belìce ha sì sviluppato la malattia nella sua forma più aggressiva (perché la mafia lo è, una malattia, un cancro terribile) ma ha anche sviluppato gli anticorpi per combatterla, o quando dico che corleonese non significa necessariamente appartenente al clan mafioso più sanguinario della Sicilia, tutti mi guardano straniti. Allora inizio a elencare tutti quei corleonesi che la mafia hanno tentato di combatterla e che per questo sono stati ammazzati, ma non sconfitti: Bernardino Verro, corleonese, Placido Rizzotto, corleonese, Luciano Nicoletti, corleonese d’adozione, Giovanni Zangara, corleonese, Calogero Comajanni, corleonese, Liborio Ansalone, corleonese, Ugo Triolo, corleonese, Giovanni Falcone, corleonese da parte di madre, che a Corleone ha addirittura vissuto una parte della sua infanzia. Sì, proprio quel Giovanni Falcone. Certo, eccetto Falcone, non si sente parlare molto di loro, sono di gran lunga più famosi Riina, Provenzano e i loro rampolli scribacchini e imbrattatele.

Ma Corleone è anche e soprattutto qualcos’altro. Sì perché, nonostante i fatti di mafia abbiano surclassato secoli di storia, questi comunque sopravvivono nella memoria di pochissimi. Tra quei pochissimi c’era un mio vecchio zio: “tu adesso vedi i frutti della cementificazione selvaggia degli anni ’60 e ’70, le strade disastrate, palazzi antichi che cadono a pezzi. Eppure Corleone è stata la patria di grandi artisti”, stupore, “Giuseppe Vasi per esempio, uno dei più grandi architetti e incisori del ‘700. Accanto alla sua firma scriveva sempre, orgogliosamente, corleonese, anche quando consegnava le sue opere ai duchi di Devonshire o a Papa Clemente XIII. Era talmente bravo questo corleonese, che re Carlo III di Spagna gli concesse un appartamento a palazzo Farnese a Roma, dove adesso c’è l’Ambasciata di Francia e il Papa in persona lo creò conte!”. Ero sbalordito: “anche Pippo Rizzo era corleonese, fu uno dei più importanti pittori futuristi. Se compri un romanzo di Camilleri, in copertina c’è riprodotto quasi sempre uno dei suoi dipinti”. Ma i racconti di mio zio andavano anche molto indietro nel tempo: “a Corleone nacque uno dei più grandi poeti italiani, si chiamava Giovanni Naso ma tutti lo chiamavano il poeta siculo. Re Ferdinando d’Aragona, nel 1468, lo volle a Napoli a insegnare addirittura all’università e fu il maestro di Lucio Marineo, il più importante esponente del Rinascimento spagnolo”, “e la bandiera della Sicilia? È quella che utilizzarono i ribelli siciliani durante i Vespri del 1282, raccontati persino da Dante nel canto VIII del Paradiso e musicati da Verdi, nel 1855. Il rosso rappresenta Palermo e il giallo Corleone, che fu la prima ad accorrere in aiuto di Palermo con tremila soldati”. Ma come? I corleonesi? I boss? I mafiosi? Quella Corleone lì è stata capace di esprime un così alto livello di civiltà? Sì, anche Corleone è stata una città normale, con i suoi uomini illustri, con i suoi cittadini operosi e con coloro che, corleonesi, si sono opposti al buco nero della mafia. Il mio augurio è che un giorno Corleone torni a essere ricordata per i Vespri siciliani, o come la patria di Giuseppe Vasi, di Placido Rizzotto, di Calogero Comajanni, di Giovanni Naso e di tutti quei cittadini onesti che in questo momento, in silenzio e senza i riflettori puntati addosso, stanno facendo in modo che ciò accada.

Tommaso Bedini Crescimanni

Giornalista